Nel rapporto Cashless Cities condotto da Roubini ThoughtLab per Visa sullo stato dei pagamenti digitali nelle più importanti città del mondo, su una scala da 1 a 5 Roma occupa la seconda posizione classificandosi come città digitally transitioning, ossia come luogo in cui il passaggio agli strumenti digitali è ancora in uno stadio iniziale, accompagnata dalle capitali del Medio Oriente, dalla Russia e dall’India.

Ad incidere in modo significativo sulla lentezza della transizione è la devozione che gli italiani nutrono e conservano per il denaro contante.

Diversamente dal Giappone, dove banconote e monete vengono ossequiate come in una sorta di culto perfino nella futuristica Tokyo, in Italia l’attaccamento al contante è dovuto soprattutto alla percezione del vantaggio economico, ossia all’assenza di costi ad esso legati.

L’uso del contante – come illustreremo con il supporto di dati e statistiche nei paragrafi che seguono – produce in realtà una serie di costi diretti e indiretti che, non essendo riportati nella loro interezza in fatture e scontrini, danno luogo ad una spesa maggiore (ma ignorata) rispetto a quella derivante dal denaro digitale.

Il peso del contante in Italia e nel mondo

Nel Rapporto 2018 pubblicato da The European House Ambrosetti, stilato in collaborazione con la Community Cashless Society, l’Italia emerge al trentesimo posto – condiviso insieme al Qatar – nella classifica dei peggiori paesi in campo di pagamenti digitali e gestione digitale delle finanze.

Con un indice di incidenza di banconote e monete dell’11.3% rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2016, nella classifica del Cash Intensity Index l’Italia riesce pur sempre a fare meglio di paesi come il Guatemala (11.7%), l’Argentina (12%) e l’Azerbaijan (12.4%).

Restringendo il campo di analisi ai 27 paesi europei e al Regno Unito, nella medesima classifica con riferimento all’anno 2018 l’Italia si colloca alla ventitreesima posizione (ricordiamo, su ventisette) per incidenza del denaro digitale. Peggiori del Bel Paese risultano essere Ungheria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ossia quelle nazioni dalle quali gli italiani si ritengono culturalmente e socialmente distanti.

Cashless Society Index (CSI) 2018. Uso del denaro digitale nei paesi dell’Unione Europea. Fonte: The European House – Ambrosetti.

Un dato esplicativo sul rapporto che intercorre tra gli italiani e il denaro contante è fornito dalle statistiche relative al periodo 2008-2017: malgrado la rivoluzione digitale alla quale si assiste nel presente, seppur al ritmo di un lento, l’uso di banconote e monete si è intensificato sensibilmente, passando dai 128 miliardi di Euro del 2008 ai 198 miliardi del 2017.

Senza sorpresa, ad osservare un incremento vi sono anche i prelievi di contante attraverso sportelli automatici ATM, cresciuti del +8.9% rispetto al periodo precedente.

Per comprendere in termini pratici il peso della gestione del contante rispetto all’economia di una nazione basta osservare il dato fornito dal rapporto di Visa sulle Cashless Cities: negli Stati Uniti ogni anno si “bruciano” in media 200 miliardi di dollari in spese e perdite legate al cash.

Il costo dei contanti per i consumatori

Come parte di un sistema interdipendente, consumatori, commercianti e Stato condividono nella stessa misura la responsabilità per il costante incremento dell’uso del denaro contante.

Partendo dai singoli individui, ossia dai consumatori, il costo dei contanti si incontra nelle azioni quotidiane compiute al solo scopo di ricevere o consegnare monete e banconote.

Il prelievo di cash presso l’ATM della banca non è sempre gratuito. Per evitare commissioni occorre raggiungere la filiale del gruppo bancario nel quale si è correntisti. Tragitto e tempi di attesa presso lo sportello automatico incidono per una media di 6.4 ore all’anno.

Eseguire bonifici per cassa, pagare imposte attraverso operazioni bancarie recandosi all’interno di una filiale ruba alle persone 7.3 ore all’anno in media.

Ancor più incisivo è il dato relativo al tempo impiegato per il pagamento di bollette e imposte: sono 12 le ore trascorse ogni anno dai consumatori che sottovalutano (o respingono) la tempestività ed efficienza dei mezzi digitali.

Tra operazioni bancarie e pagamento di utenze con banconote, secondo la relazione globale Cashless Cities di Visa i consumatori spendono in media tra 7 e 15 dollari ogni mese.

Commissioni bancarie e tempi di attesa non sono però gli unici fattori ad incidere sul costo dei contanti. Furti, rapine e denaro contraffatto sono altresì influenti sulle perdite indirette dovute unicamente all’uso del cash.

I consumatori spendono in media $ 7-15 al mese in commissioni legate all’uso del cash (prelievi, depositi, bonifici in filiale, ecc.)

Nel sondaggio condotto nel quadro della medesima ricerca il 19.4% dei consumatori intervistati dichiara che almeno una persona all’interno del proprio nucleo familiare ha subìto furti o rapine con conseguente perdita di contante.

I dati italiani forniti dal Censis, aggiornati all’anno 2016, confermano in ambito nazionale un’elevata percezione dell’insicurezza: il 31,9% degli intervistati sente sulla propria pelle il rischio della piccola criminalità. Il centro di studi e statistiche italiano registra inoltre un aumento del consenso rispetto all’introduzione di norme meno rigide sulla legittima difesa, con il 39% di cittadini favorevoli.

Alla luce di tali fatti non si può ignorare dal calo progressivo dell’uso di contanti ne consegue, come vedremo più avanti, un calo dei crimini cosiddetti cash-related.

Perfino nell’esempio di Stoccolma, città considerata digital leader grazie all’elevato sviluppo digitale e uso dei sistemi di pagamento, i benefici derivanti da un utilizzo ancor più frequente delle tecnologie e degli strumenti fintech si attesta per i consumatori intorno ai $ 264 milioni all’anno, ossia un risparmio medio di 143 dollari per ogni consumatore.

Il costo dei contanti per le imprese

Imprese e commercianti sono – ancor più dei consumatori – sottoposti ad una serie di spese risultanti dall’enorme quantità di banconote e monete che, forse in modo paradossale, sono lieti di accogliere nella propria attività.

Sebbene incassare contante non comporta, nel momento del pagamento, alcuna commissione, il calcolo complessivo dei costi relativi alla sua gestione ammonta al 2% dei ricavi mensili. Tra operazioni bancarie, trasporto e sistemi di sicurezza necessari alla protezione del denaro fisico all’interno dell’esercizio commerciale o dell’azienda, il totale delle spese risulta maggiore rispetto a quello generato dai pagamenti con carta.

La spesa media della ricezione di un pagamento con carta di credito è complessivamente minore dello 0.5% rispetto al contante (con una media dell’1.95%), mentre per le carte di debito – cioè le più diffuse in Italia e nella cui categoria rientrano le popolari carte prepagate – la spesa media si ferma all’1.07% dei ricavi.

Nelle città definite digitally advanced come Chicago, dove l’uso del cash mantiene livelli significativi ma in presenza di adeguate infrastrutture che stimolano i pagamenti digitali, la spesa per i medesimi movimenti relativi alla gestione del contante scende all’1% dei ricavi mensili dell’impresa.

Alle spese dirette e indirette si aggiungono le perdite sul transato dovute ai reati strettamente connessi al denaro cash. Furti, rapine e contraffazione di banconote e monete bruciano nel complesso il 4% dei ricavi mensili.

Nelle città cash centric (es. Città del Messico, Bogotà, Casablanca, Beirut), dove l’uso di banconote e monete è prevalente e le infrastrutture digitali poco sviluppate, la media dei crimini legati al contante tocca la cifra vertiginosa di 216.451 reati denunciati.

Nelle città digitally transitioning (es. Roma, Caracas, Istanbul, Bucarest) il numero medio dei reati scende a quota 165.325.

Media annuale furti e rapine

Fonte: Roubini ThoughtLab

Nelle città digital leader (es. Sydney, Auckland, Toronto, Copenhagen) la media di crimini denunciati annualmente e motivati dalla presenza di denaro contante toccano la soglia di 62.564 con tendenza al ribasso nel tempo, ossia con l’avanzamento della diffusione dei pagamenti digitali.

Per quanto riguarda la contraffazione del contante, attraverso un comunicato stampa del 26 gennaio 2018 la Banca Centrale Europea fa sapere di aver ritirato dal mercato – con riferimento al solo secondo semestre del 2017 – 363.000 banconote false, aggiungendo che l’85% della contraffazione riguarda tagli da 20 e 50 euro.

Non meno importante è la rinuncia al guadagno alla quale le attività cosiddette cash only si sottopongono deliberatamente allo scopo di evitare le commissioni previste per le transazioni elettroniche. Un nuovo paradosso che vede, dall’altro lato del banco, un consumatore costretto a rinunciare ogni mese ad una spesa media di 73 dollari per acquisti non pianificati all’interno di negozi non dotati di terminale POS. A tale dato si lega ancora una volta il discorso sulla percezione di insicurezza (furti e rapine), che dissuade il consumatore dal portare con sé elevate somme di contante.

Alle entrate rifiutate indirettamente a causa della riduzione dell’opportunità di vendita si aggiunge il tempo “rubato” dal complesso di operazioni legate al cash – dal conteggio di banconote e monete alla quadratura del bilancio giornaliero, dal deposito su conto bancario al pagamento dei fornitori che preferiscono il cash e, ancora, il prolungamento della coda al punto cassa del negozio causato dall’incessante ricerca di monetine.

Da una stima complessiva di tali operazioni, l’istituto di ricerca Roubini TechLab fissa a 88 il numero delle ore mensili fatte trascorrere (lentamente) da un elevato uso dei contanti.

Riprendendo l’esempio della città digital leader di Stoccolma, come riportato nella relazione sulle Cashless Cities, se cittadini e ed esercizi commerciali si mettessero al passo con il 10% della popolazione già “digitalmente matura”, le imprese risparmierebbero ogni anno 3 miliardi di dollari – in media $ 5.573 per ogni milione di ricavi – semplicemente abbattendo le spese di gestione del contante.

Il costo dei contanti per lo Stato

Come tutti gli attori del mercato costretti a maneggiare contante, anche lo Stato – attraverso i suoi numerosi organi ed enti pubblici – è sottoposto ai costi e agli inconvenienti menzionati nei paragrafi precedenti.

Alle spese per la gestione del cash – come rivela la Banca d’Italia nel Rapporto UIF per l’anno 2017 – si aggiunge il preoccupante dato sull’evasione fiscale, parte della quale dovuta alla non tracciabilità dei pagamenti, ossia al contante.

Lo studio dell’Unione Nazionale di Imprese (Unimpresa), basato sui dati diramati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, fissa l’evasione fiscale a 108 miliardi di euro all’anno. Del totale, 35 miliardi vengono evasi con l’omessa dichiarazione dell’IVA, mentre 36 miliardi “dimenticando” di dichiarare all’Agenzia delle Entrate il reddito personale o parte di esso.

Secondo le analisi dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) sulla cosiddetta economia non osservata o economia sommersa, ammonta a € 192 miliardi il giro d’affari non dichiarato, legato non ad attività illegali bensì ad attività legali i cui proventi rimangono nel buio – soprattutto grazie al supporto di mezzi di pagamento non tracciabili.

Quando si parla di costi per lo Stato, è bene sottolineare che si parla sostanzialmente di cittadini e di tasse: maggiori sono le spese per la gestione e l’evasione fiscale, maggiore saranno le imposte richieste ai cittadini e alle imprese.