Dichiarazioni e annunci seguiti puntualmente da mancati accordi, rinvii e proroghe hanno causato una scarsa attenzione di professionisti e lavoratori autonomi verso la materia dei pagamenti elettronici.

Dal 2020 le regole sono tuttavia cambiate, e si fa sul serio. Riassumiamo i punti salienti delle disposizioni vigenti, poi diamo qualche consiglio per adeguarsi (in modo indolore) alle stesse.

Il POS è obbligatorio per professionisti e autonomi?

Il Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019, poi convertito in Legge Ordinaria dello Stato il giorno 19 dicembre del medesimo anno, stabilisce l’obbligo per tutte le categorie professionali – vale a dire liberi professionisti e lavoratori autonomi – di accettare pagamenti elettronici.

«Art. 5 (Effettuazione di pagamenti con modalità informatiche) - 1. I soggetti di cui [...] sono obbligati ad accettare tramite [...] i pagamenti spettanti a qualsiasi titolo attraverso sistemi di pagamento elettronico, ivi inclusi micro-pagamenti.»

Si può rifiutare un pagamento bancomat?

No.

Si evidenzia però che l’imposizione riguarda in modo specifico l’accettazione di transazioni elettroniche in caso di richiesta del cliente, mentre non viene imposto al soggetto di possedere un dispositivo volto a tale funzione.

Questa è una differenza tutt’altro che sottile, perché – almeno in teoria – mette al riparo quei professionisti certi non ricevere richieste in tal senso; inoltre elimina il rischio di controlli preventivi da parte delle autorità.

Ciò detto, in tutta evidenza il “rischio” di una richiesta di pagamento con carta è oggi piuttosto elevato, nondimeno si ritiene necessario sottolineare la differenza tra obbligo di accettazione e obbligo di possesso di un dispositivo.

Tali disposizioni fanno parte di un più ampio intervento in materia fiscale e sono entrate ufficialmente in vigore il 1° luglio 2020. Per ulteriori informazioni è possibile consultare il nostro articolo sul POS obbligatorio.

Chi svolge attività professionali – inclusi avvocati, medici, infermieri, psicologi, terapisti e idraulici, per citarne solo alcuni – rientrano tra i soggetti destinatari della normativa.

Non sono esenti i forfettari, ossia i soggetti che aderiscono al regime fiscale agevolato.

Sono previste sanzioni?

Sì.

Rifiutando un pagamento elettronico si rischia di incorrere in una segnalazione all’Agenzia delle Entrate (AdE), in seguito alla quale l’ente sarà tenuto ad eseguire verifiche e, in caso di accertamento della violazione, a comminare una multa pari a 30 € + 4% del valore della transazione rifiutata.

In teoria, per ogni pagamento rifiutato si rischia una sanzione.

La formula adottata – una parte fissa (30 euro) e una parte in funzione dell’importo non accettato (4%) – rende particolarmente sfavorevole il rifiuto di pagamenti elettronici per piccoli importi.

Quali sono le soluzioni più economiche per mettersi in regola?

La sottoscrizione di servizio in abbonamento rappresenta una scelta antieconomica per le professioni con una clientela tendente ai contanti.

Le soluzioni proposte dalle banche richiedono in genere svariati costi una tantum per installazione e altri eventuali interventi, un costo fisso costituito dal canone mensile (alcune decine di euro da corrispondere ogni mese, indipendentemente dall’uso effettivo) e commissioni aggiuntive sul volume transato.

Simili proposte sono sostenibili dalle attività che accettano elevati volumi di pagamenti elettronici, controproducenti per chi vuole dotarsi di un dispositivo unicamente al fine di evitare il rischio segnalazioni.

Pensati per chi li usa di rado – o non li usa affatto – sono i terminali senza canone.

Questo tipo di offerta non implica costi fissi, bensì permette di pagare in base all’uso effettivo del dispositivo. In altre parole, se non si accettano pagamenti con carta non vi sarà alcuna spesa da corrispondere.

Se sei alla ricerca di una soluzione simile, consulta il nostro confronto sulle migliori offerte attualmente disponibili in Italia:

Oltre alla scelta di un piano tariffario adeguato alle proprie esigenze, un’ulteriore riduzione della spesa può compiersi con la richiesta degli incentivi messi a disposizione dal governo nell’ambito del programma Italia Cashless.

Se è vero che professionisti e autonomi sono soggetti all’obbligo POS proprio come avviene per gli esercizi commerciali e per le imprese, sono altrettanto innegabili gli interventi in favore delle piccole attività in tema di pagamenti elettronici.

Uno di questi interventi è il Bonus POS 2020, accessibile con la semplice compilazione degli appositi campi del modello F24. L’incentivo consiste in un credito d’imposta pari al 30% delle spese sostenute per le commissioni.

Bonus POS 2020
Un esempio pratico

Supponiamo di aver scelto il terminale senza canone di SumUp, con tariffa sulle transazioni all’1,95%.

Tramite il suddetto dispositivo incassiamo 1000 euro in un mese; la spesa in commissioni ammonta in questo caso a 19,50 euro (cioè l’1,95% di 1000 euro).

Nel modello tributario F24 possiamo reclamare il 30% della spesa, vale a dire 5,85 euro. A conti i fatti, il POS sarà costato solo 13,65 euro al mese.

L’onere di prova della spesa spetta non al lavoratore bensì al fornitore del servizio, il quale dovrà inviare ogni mese un report all’Agenzia delle Entrate. Chi esercita una professione dovrà semplicemente comunicare al proprio commercialista o consulente fiscale le spese sostenute in commissioni, così che questi possa calcolare l’importo spettante ed inserirlo come credito d’imposta negli appositi campi.

Per ulteriori informazioni si può consultare il nostro articolo dedicato al credito d’imposta sulle spese per il POS.